Ricerca personalizzata

giovedì 23 febbraio 2012

O Tite tute Tati tibi tanta tyranne tulisti

Volete produrre un vino di successo? Sognate che la cantina magicamente venga prosciugata ogni anno? Desiderate un vino da cento su cento? Don’t worry è stato finalmente trovato l’elisir di lunga vita. Uva, super enologo, sudore in vigna. Errato! Niente di tutto questo, il segreto è nel nome. Si avete capito bene, anche se forse sarebbe meglio dire nel name.

Il vino ha un gusto migliore se il nome dell’azienda è uno sciogli lingua. PeterWacht...PeterWachtlerTas...PeterWachtlerTaschler...Peter, basta! Questo è il risultato di uno studio della Brock University condotto dall’emerita professoressa Antonia Mantonakis (ho detto tutto!).

“Che palle un’altra stramba ricerca”…Silenzio Paglia! Morosi non fare lo spiritoso. Attenti, vi metto a pane ma soprattutto ad acqua per un mese.

I risultati indicano che i partecipanti dell’esperimento erano più propensi a comprare vini dal nome impossibile  – aggiunge Mantinakis –  Wines associated with more difficult-to-pronounce names are associated with higher ratings. Tradotto in soldoni (!): maggiori vendite e conquista del mondo fantastico delle guide.

La dottoressa ci tiene però a precisare che l’esperimento dovrà essere ripetuto in un ambiente più naturale e, aggiungo io,  la prossima volta ci sarà l’obbligo di sputare il vino. La non sobrietà non aiuta la ricerca. Inoltre i risultati saranno divulgati soltanto dopo che ogni partecipante alla fine dell’esperimento riuscirà a dire: Date un po' di pane al cane pazzo. Date un po' di pane al pazzo cane.

(Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale).

Fonte: Decanter

lunedì 20 febbraio 2012

Cru e terroir. Tanto se ne parla, tanto se ne discute, poco si conosce

di Alessandro Masnaghetti

Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza.

Partendo dal cru, bisogna fare innanzitutto una netta distinzione tra Borgogna e Bordeaux.
In Borgogna, volendo semplificare, il cru equivale a una superficie di terreno con particolare vocazione viticola i cui confini sono ben delimitati e al cui interno possono operare uno o più vignaioli (quindi all'incirca come in Langa, anche se le menzioni geografiche ufficiali oggi in vigore – è bene precisarlo - non fanno alcun riferimento alla qualità).

Al contrario, nel Bordolese, pur restando di fondo l’aspetto qualitativo, il cru si identifica con la proprietà e quindi con lo Château (ma non con il nome della famiglia o della società che lo coltiva). Lo stesso “classement” del 1855, tanto conosciuto e tanto citato, in realtà non è altro che una classificazione di proprietà, di Château (e quindi di marche), e non tanto una classificazione di terreni come lo è invece in Borgogna. Questo fatto spiega anche il perché dal 1855 ad oggi i confini e l'estensione dei vigneti dei singoli château classificati del Médoc siano stati in molti casi largamente modificati senza che questi stessi château abbiano perso o migliorato la loro posizione nella classificazione ufficiale.

Avviso alle naviganti. Attenzione sono stati avvistati uomini sexy

Ripetete con me: gli uomini che conoscono il vino sono irresistibilmente affascinanti (si prega di non ridere, grazie). Guardare per credere..
 

giovedì 16 febbraio 2012

Belen portava gli slip, Jim Morrison è ancora vivo…e il vino è fatto soltanto di uva!

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Nella settimana in cui il Parlamento Europeo ha partorito il rivoluzionario (si sente che sono ironico?) Regolamento sul vino biologico, ecco a voi The Additive’s List:

mercoledì 15 febbraio 2012

Il vino prima era avvolto nel mistero ora è avvolto nell’ignoranza. Grazie web

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Trovate questa frase nell’ultimo post pubblicato su hosemasterofwine.blogspot.com. Adesso beccatevi la mia opinione a tal proposito. Il web è ancora giovane, siamo soltanto all’inizio della sua storia. Le interpretazione su questo nuovo mondo sociale sono ancora annebbiate da una visione anacronistica del significato di fare cultura – insieme di conoscenze che concorrono a formare la personalità e ad affinare le capacità ragionative di un individuo. Ecco Internet è soltanto un’arma in più per affinare le capacità ragionative. Per far ciò si serve del confronto, a volte nella semplicità risiede la verità: non è niente altro che una piazza virtuale dove ci si incontra e si condividono punti di vista. Nel nostro caso un wine bar, un’enoteca, una cantina fisicamente non reali. La cultura in questo caso nasce dallo scambio di informazioni, che grazie al world wide web può avvenire nel medesimo istante tra persone fisicamente distanti ma mentalmente vicine. E’ per questo che a volte un commento è di gran lunga più importante dell’articolo stesso. Discernere tra errato e corretto è una responsabilità che spetta soltanto al singolo fruitore e non al media, vecchio o nuovo che sia. Internet si tiene ben lontano dal dettare dogmi. Per questo abbiamo già le religioni, loro sì che avvolgono il mistero nell’ignoranza. 

domenica 12 febbraio 2012

Se il “The Economist” scrive di birra e di Leuven io non posso non tradurre. Seconda parte: la quantità Inizia per In

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(L’autore della foto sono io medesimo quindi se prelevate linkate, dank u!)

Dopo “Se il “The Economist” scrive di birra e di Leuven io non posso non tradurre. Prima parte: la qualità inizia per W” eccovi servita la seconda parte:

Pour reputation. Oltre a rivendicare di produrre la miglior birra al mondo il Belgio è anche la casa della più grande azienda produttrice di birra. Anheuser-Busch InBev, con sede a Leuven, piccola cittadina universitaria a mezzora di treno da Bruxelles, produce una su cinque di tutte le birre vendute nel mondo. Vicino alla sede centrale, dall’altra parte della strada, c’è l’edificio della Stella Artois, dove nasce una delle etichette più conosciute tra i marchi internazionali.

Se San Sisto non riesce ad avere lo splendore di una cattedrale medievale, l’atrio principale della Stella Artois ci va molto vicino. L’Interno quieto e maestoso è dominato da 15 immensi bollitori per la birra di acciaio inox inossidabile, le cui “bocche” puntano dritte al cielo. In modi  diversi, sia l’abbazia di San Sisto che la Stella Artois rappresentano la venerazione con cui i Belgi ammirano la loro birra. Il loro paese produce anche la maggior gamma di tipi di birra – 1.131 all’ultimo conteggio. Oltre alle sei birre trappiste ales ed altre birre di abbazia, vengono prodotte grandi quantità di lagers, come la Stella Artois e la “compagna” Jubiler, la più popolare birra in Belgio. I beoni posso anche scegliere tra un assortimento di birre bianche, ales scure, birre rosse dall’ovest delle Fiandre, golden ales, birre stagionali fatte con metodi artigianali e un gran numero di birre regionali. Particolarissime sono le austere, birre lambic a fermentazione naturale provenienti da Brussels e della vicina valle del fiume Senne - ritorno al passato quando ancora non si conoscevano i lieviti. Questi anacronismi sopravvivono soltanto in Belgio.