Sabato, 06 Febbraio 2016 21:31

Riserva? Anche no, grazie In evidenza

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"Difficilmente rivedrete Barolo Burlotto con la dicitura "riserva". Per noi è una semplice parola vuota, che non assicura a chi il vino lo fa e, soprattutto, a chi il vino lo compra che in quella bottiglia troverà un liquido più «elevato»."

Se fossero le parole del primo capitolo, il titolo del libro sarebbe: "E un bel giorno la riserva mi apparse in tutta la sua pochezza". Troppo lungo? Allora: "Tanta riserva per nulla!", "C'eravamo tanto riservati" o ancora meglio "La solitudine della parola riserva".

Invece le parole sono state pronunciate da Fabio Alessandria, enologo dell'azienda Burlotto (l'azienda fino agli '70 scriveva Riserva), in occasione del suo ultimo viaggio a New York. Fabio è una di quelle persone che ogni, vero o presunto, conoscitore e amante del vino dovrebbe incontrare. Utilizza un vocabolario semplice (badate bene, non limitato!) ma dall'estrema forza esplicativa. Incisivo. Chiaro. Elegante. Mai banale. Mai scomposto. Qualcuno direbbe, consistente ed efficace proprio come i vini Burlotto. "La qualità si fa con un lavoro costante in vigna e con estrema attenzione in cantina, e non stampando una parola in più sull'etichetta".

E in me si insinuò il tarlo del dubbio. Dal dizionario online Garzanti leggo. Riserva: 1. mettere da parte qualcosa per utilizzarlo in futuro; 2. persona che, in caso di necessità, è pronta a sostituirne un’altra in un incarico, una funzione; 3. condizione posta all’accettazione di qualcosa; restrizione, limitazione; 4. il riservare o l’essere riservato a uno scopo determinato; privilegio, esclusiva; 5. zona, territorio di un paese colonizzato nel quale sono state confinate le popolazioni indigene; 6. aliquota di truppe a disposizione del comandante di una grande unità per essere impiegata in caso di emergenza a rinforzo dei reparti ordinari; più in generale, l’insieme delle classi in congedo che possono essere richiamate in caso di guerra.

Niente, nessun riferimento a qualcosa che mi faccia pensare alla qualità di un prodotto. Forse nell'etimologia della parola?! Riservare (ant. reservare), dal latino: reservare, comp. di re- e servare «conservare». Nulla, l'unico concetto che torna è il tenere da parte, il conservare. Nel mondo sportivo ha addirittura un'accezione negativa. Solitamente indica la seconda scelta dell'allenatore, gli atleti che aspettano il loro turno in panchina. Basti pensare a quante riserve nel calcio, e non solo, hanno cambiato storie di partite o interi tornei, ma son rimaste pur sempre delle seconde scelte.

Tuttavia nel fantastico mondo dei bevoni è frequente sentire frasi tipo: "Riserva? Mmmm bbbonooo!"; "Io compro la riserva così faccio un figurone"; "Aho c'è scritto riserva, mica cazzi!"; "Ma-che-sta-a-di?! Nun leggi? È nnnna riserva".

Nella legislazione delle denominazioni di origine italiane, "riserva" indica soltanto un periodo più lungo trascorso in cantina prima di essere introdotto nel mercato. Eppure quando la pronunciamo, quasi la scandiamo, ri-ser-va: ci suona rassicurante! Siamo disposti a spendere bei quattrini per averla, alla "riserva" tutto è concesso. Beninteso, non nego che sicuramente molte aziende hanno lavorato per "confezionare" (brutta parola per il vino) prodotti (orribile) migliori. Ma non per legge, soltanto per gusto e scelte personali. Magari oltre a far riposare un anno in più il vino in cantina, hanno selezionando le migliori uve, della miglior vigna. Tutto è possibile, ma nulla è scontato. Quella parola, ben in evidenza, non è assolutamente garanzia di qualità.

Insomma, se esistesse un bugiardino del vino, oltre alle dosi consigliate (uno/due bicchieri durante i pasti), alle controindicazioni (un uso eccessivo può causare cirrosi epatica) e alle raccomandazioni (tenere lontano dalla portata dei bambini e delle donne in stato di gravidanza), leggeremmo anche: attenzione, la dicitura riserva non assicura una maggiore qualità ed efficacia del prodotto.

Fab

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ViniBurlotto 

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Enrico Nera

Sono Enrico Nera, nasco in un piccolo paesino nella provincia sud di Roma il 6 settembre del 1980. Viti e botti entrano subito nella mia quotidianità. Come semplice bambino spettatore, guardo il lavoro di mio padre durante il susseguirsi della stagioni, dalla potatura invernale alla vendemmia autunnale. Ma la viticoltura necessita di forze, così inizio anch’io a dare il mio piccolo contributo. Ricordo ancora le risate di mio padre e mio fratello mentre mi guardano andare su e giù tra i filari ancora troppo alti per me. Ricordo ancora quando con mio nonno Tito, munito di bastone come unità di misura, ponevo nel terreno alla giusta distanza le barbatelle che mio padre avrebbe in seguito piantato per dar vita al nuovo vigneto. Le fatiche, le delusioni, ma anche le soddisfazioni di oltre 20 anni di lavoro della terra sono un alternarsi di emozioni che creano un susseguirsi di amore e odio. Come tutte le cose realmente belle, la grande passione per il vino e  per la viticoltura in generale diventa consapevole in me soltanto quando la distanza mi ha permesso di rielaborare i ricordi. Arriva il corso da sommelier, nasce ParliamoDiVino.com, finalmente posso liberare le mie emozioni nascoste per troppi anni. 

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