Sabato, 02 Agosto 2014 08:19

Cara Cantillon, permettimi questa volta di dissentire

Scritto da 

cantillonMod

 

Cara famiglia Cantillon,

sono un fan sfegatato (se continuo così non solo metaforicamente) dei vostri lambic: sono eccitanti, emozionanti, soddisfano il palato e dissetano la gola. La visita al numero 56 di Rue Gheude è stata una delle esperienze più appaganti della mia vita da alcohol addict. 

Ormai è passato un anno (o poco più) ma quelle immagini, quelle sensazioni, quegli odori, oltre che sull'articolo che feci uscire per l'occasione ("Brewery Cantillon. Un altro mondo (gusto) è possibile"), sono impressi nella mia memoria a lungo termine: vividi e freschi come appena immagazzinati.

Vi difendo senza indugi, vi cerco con ostinazione e vi racconto con passione ormai da anni e da tutte le latitudini e longitudini.

Quindi permettetemi questa volta di dissentire romanticamente in un modo poco romantico, con un elenco fatto soltanto di due punti:

  1. Sono assetato di miti e leggende. Finché questi restano tali. Basta qualche mossa manageriale sbagliata per rendere tutto noisoamente banale;
  2. Se per aumentare la vostra produzione basta soltanto aumentare lo spazio produttivo si dà ragione a tutti quelli che affermano che per fare una buona birra o un buon lambic è sufficiente avere a disposizione una buona acqua.

Insomma come faccio a prendere come great news la notizia apparsa il primo agosto sul Facebook del più famoso "lambicchificio" del mondo? L'affascinante storia del sottotetto con i suoi microorganismi "selvatici" dove andrà a finire? Prendiamo e spostiamo con un carrello anche la "magia" dell'inoculazione?

Cara famiglia Cantillon, sai, anche nel mondo del vino spesso per alcuni miti viventi (e non), la produzione è sempre troppo limitata. Sarebbe bello se bastasse semplicemente fare una nuova vigna lì dove lo spazio è maggiore. Ovvio la produzione sarebbe facilmente incrementata, ma la qualità? Il mito è fatto di spessore, sostanza, romanticismo, storia al limite con la leggenda, non di numeri, profitti e spazi più grandi.

Il mito qualche volta chiede sacrifici, chiede scelte coraggiose come quella che fecero qualche anno fa i monaci trappisti di Westvleteren: dissero no alla richiesta di maggiore produzione che veniva (e viene tuttora) dal mercato.

Cheers!

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Enrico Nera

Sono Enrico Nera, nasco in un piccolo paesino nella provincia sud di Roma il 6 settembre del 1980. Viti e botti entrano subito nella mia quotidianità. Come semplice bambino spettatore, guardo il lavoro di mio padre durante il susseguirsi della stagioni, dalla potatura invernale alla vendemmia autunnale. Ma la viticoltura necessita di forze, così inizio anch’io a dare il mio piccolo contributo. Ricordo ancora le risate di mio padre e mio fratello mentre mi guardano andare su e giù tra i filari ancora troppo alti per me. Ricordo ancora quando con mio nonno Tito, munito di bastone come unità di misura, ponevo nel terreno alla giusta distanza le barbatelle che mio padre avrebbe in seguito piantato per dar vita al nuovo vigneto. Le fatiche, le delusioni, ma anche le soddisfazioni di oltre 20 anni di lavoro della terra sono un alternarsi di emozioni che creano un susseguirsi di amore e odio. Come tutte le cose realmente belle, la grande passione per il vino e  per la viticoltura in generale diventa consapevole in me soltanto quando la distanza mi ha permesso di rielaborare i ricordi. Arriva il corso da sommelier, nasce ParliamoDiVino.com, finalmente posso liberare le mie emozioni nascoste per troppi anni. 

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